Davide Lajolo. I Poeti di Ulisse - Palazzo del Monferrato

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ARCHIVIO / Davide Lajolo. I Poeti di Ulisse

concerto di musica e poesie 22 gennaio 2012
ore 18.00 - ingresso gratuito


I brani di Davide Lajolo sono tratti da Ventiquattro anni. Diario di un uomo fortunato, Rizzoli 1981, ora pubblicato sul sito  www.davidelajolo.it "Libri on line" e da Poesia come pane, Rizzoli, 1973.

Le poesie che compongono il reading sono quelle piu’ amate da davide lajolo e le ho scelte come a comporre un unico intenso poema di sentimenti e di ideali. Sono quelle degli amici poeti che lajolo ha incontrato nella sua vita. Per Davide Lajolo la poesia e’ vita, preghiera nei momenti piu’ tormentati, consolazione nella sofferenza, esaltazione dell’amore.
Ho inserito anche un suo corsivo firmato ulisse, il suo nome da partigiano e tre sue poesie. Lajolo, dopo aver pubblicato due raccolte di versi del periodo giovanile, non ha voluto pubblicare le poesie che ha continuato a scrivere lungo la sua vita, ma quando ha sentito il respiro della morte vicino al suo cuore, le ha riordinate. e’ stato l’ultimo lavoro a cui ha voluto attendere.

La maggior parte delle poesie scelte sono quelle che mio padre leggeva a me bambina con la sua voce possente e calda, a volte anche in spagnolo. io non capivo molto, ma ascoltare quelle poesie mi faceva sentire una principessa.
L’ultimo messaggio rivolto a me, come un testamento, e’ stato: “ricordati laurana non e’ la politica pragmatica che cambia il mondo, ma sono gli uomini e la poesia che fanno la rivoluzione. (laurana lajolo).

Torino, 6 aprile 1946, I corsivi di Ulisse "l’Unità".
In mezzo a tutta la vita politica che prende in un lavoro snervante, in mezzo alle preoccupazione quotidiane rimane in noi una vena di poesia. Talvolta ci sorprendiamo a ripetere due versi che ci vengono in testa, così. E li scriviamo quasi macchinalmente, spinti dal cuore e dal cervello, li scriviamo sulle bozze del bancone, poi li rileggiamo, li ripetiamo ancora. Diciamo: ecco una poesia e la presentiamo all’operaio che ci guarda e sorride.

L’operaio che ci fa i titoli al giornale, che ci aiuta a inquadrare la pagina, legge e si ferma un istante. Ha le mani annerite di piombo, il viso stanco per le notti che si consumano al chiuso sotto le luci elettriche che picchiano sugli occhi come aghi, passa la mano sul foglio, appoggia i gomiti, rilegge. Dice: "Già una poesia. Ed è vero, anch’io sento dentro questi sentimenti, la poesia si può capire, ma la rima?" "Non c’è rima, senti, i due versi hanno egualmente la loro musica". E li leggiamo forte insieme.
E’ vero, dice l’operaio e li ripete. Così facciamo poesia insieme e scopriamo tutto quello che abbiamo dentro, i nostri pensieri, i nostri sogni, come se i due versi avessero potere di magia per confessarci l’un l’altro. Parliamo. Il foglietto coi due versi si è fatto nero sotto le mani sporche di piombo, il proto vi ha già buttato sopra altri fogli, i due versi si disperderanno come le notizie del giornale che hanno la vita di un giorno.
Io e l’operaio continuiamo a parlare. Tutti siamo dentro un po’ artisti, abbiamo tutti dentro un sogno da coltivare, così come noi, lavoratori della notte tra il piombo, amiamo la luce del sole.

Ho amato sempre la poesia. Non è vero che la poesia ti conquista soltanto in certe occasioni. Non leggevo forse Ungaretti, Montale, Saba nel fango della Grecia e dell’Albania, durante gli inseguimenti e le ritirate della guerra partigiana, appena potevo sostare? Leggevo poesia al lune di candela, braccato dalla morte. Ho letto poesia lungo tutta la mia vita e così ho salvato la mia umanità nelle traversie della vita. Ho scritto anch’io poesia. Per me la poesia è come pane, l’arcano di ciò che è essenziale vivere. (Davide Lajolo)


DAVIDE LAJOLO
Padre
Sul tuo collo la pelle
ha fatto quadrati
di fatica.
Seguo ansioso il battito
delle vene sulle tue mani
secche
come la corteccia dell’olmo che ancora poti
padre
contadino.

Laurana
Quando autunno è ancora vivo di sole
dolce novembre – rose e garofani – sei venuta
Laurana
nell’ora lunare
a recare primavera di sangue giovane
e di noi il cuore e la vita hai, di noi
o fatta di fiato.
Felicità viene dal cielo:
e noi
per la tua gioia offriamo la nostra tristezza
a sorridere, ad aspettarti fanciulla
quando sventolerai le trecce al sole
contro le nostre tempia grigie,
tu nata d’autunno a fare primavera.

Intesa di non morire. A Rosetta
Il tuo lucido viso sbiancato
cogli occhi ingrossati
dal pianto rattenuto.

Perduta la battaglia,
la vita legata al filo della morte,
per te il mesto sorriso
aveva dentro l’arrivederci
ché era rimasta tra noi
l’intesa di non morire.

Ora in questo sbiadito
sprazzo di sole,
al limitare della tana,
s’illumina la tua lacrima,
come la goccia
dell’ultima pioggia
sul ramo.


CESARE PAVESE
Torino, 30 aprile 1945.
Davide Lajolo: Finalmente l’Unità ha lo sfogo, almeno una volta alla settimana, la domenica, della terza pagina. Forse esagero con la letteratura, ma ho qui Pavese e, quando è qui, è più vivo. Poi ci sono Italo Calvino, Alfonso Gatto e Raf Vallone che mi pubblica a ripetizione le poesie di Catullo, soprattutto quelle dedicate ai baci di Lesbia.

Torino, 29 febbraio 1947.
Ho assistito con Pavese alla prima di zio Vania di Cechov al Carignano. "Dopo aver ascoltato Cechov hai ancora voglia di parlare delle mie poesie? Tu credi che esistano ancora i poeti?" E io: "Direi di sì. Per esempio Montale, Quasimodo, Eluard, Gatto e un certo Pavese. Certo Cechov è un poeta con la P maiuscola… mi è parso anche di scoprire la Russia meglio che nei libri di storia. L’impotenza di zio Vania a rompere i cardini già arrugginiti del sistema feudale è l’impotenza della borghesia russa". E Pavese: "Vai adagio, non lasciarti sempre guidare dalla politica e dalla storia. Ci sono cose che accadono al di là della politica e della storia. Cechov si rappresenta ancora e si rappresenterà sempre perché è opera di poesia".

Paternità
Uomo solo dinanzi all’inutile mare,
attendendo la sera, attendendo il mattino.
I bambini vi giocano, ma quest’uomo vorrebbe
lui un bambino e guardarlo giocare.
Grandi nuvole fanno un palazzo sull’acqua
che ogni giorno rovina e risorge, e colora
i bambini nel viso. Ci sarà sempre il mare.

Il mattino ferisce. Su quest’umida spiaggia
striscia il sole, aggrappato alle reti e alle pietre.
Esce l’uomo nel torbido sole e cammina
lungo il mare. Non guarda le madide schiume
che trascorrono a riva e non hanno più pace.
A quest’ora i bambini sonnecchiano
ancora nel tepore del letto. A quest’ora sonnecchia
dentro il letto una donna, che farebbe l’amore
se non fosse lei sola. Lento, l’uomo si spoglia
nudo come la donna lontana, e discende nel mare.

Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta
il gran vuoto ch’è sotto le stelle. I bambini
nelle case arrossate van cadendo dal sonno
e qualcuno piangendo. L’uomo, stanco d’attesa,
leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla.
Ci son donne a quest’ora che spogliano un bimbo
e lo fanno dormire. C’è qualcuna in un letto
abbracciata ad un uomo. Dalla nera finestra
entra un ansito rauco, e nessuno l’ascolta
se non l’uomo che sa tutto il tedio del mare.

Hai viso di terra scolpita
Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio,
hai parole inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico,
dove s’apriva l’alba.


PABLO NERUDA
Milano, 30 aprile 1949.
Davide Lajolo: Ho ricevuto una cartolina da Parigi con tre firme che mi sono care. Jorge Amado, Anna Seghers, Pablo Neruda. Guardo le firme e rivedo i loro volti. Risento la voce di Neruda che ci ha letto questi versi: "Conobbi Bolivar una lenta mattina / a Madrid, all’entrata del V reggimento. / Padre, gli chiesi: sei o non sei e chi sei ? / E guardando il Cuartel de la Montana disse: / Mi sveglio ogni cento anni quando il popolo si sveglia". A questo punto Picasso si è alzato di scatto e l’ha abbracciato.

Berlino, 8 agosto 1951.
Sono a Berlino per scrivere una serie di articoli. Qui si incontrano i pionieri della pace di tutto il mondo: Neruda, che mi chiede subito notizie di Vittorio Vidali. Jorge Amado e la finnica Annelise, biondissima ed esile, casta e battagliera, e altri uomini di cultura importanti al braccio di giovani, ragazze e ragazzi che cantano in tutte le lingue e hanno negli occhi la felicità. Una ballerina mongola danza al centro della grande strada al battito di migliaia di mani, poi un giovane coreano con una voce da tuono intona la canzone di battaglia del suo popolo. Il nostro Willy Ferrero scandisce il tempo al coro di voci che riempiono il cielo. Accanto a me lo scultore Mazzacurati e il pittore De Grada. Tutti si salutano come se il mondo fosse racchiuso in un fazzoletto. Come se tutti parlassimo la stessa lingua, come se Berlino fosse diventata di colpo un giardino di pace.

Canzone del maschio e della femmina
Canzone del maschio e della femmina!
Il frutto dei secoli
che spreme il suo succo
nelle nostre vene.

La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa
per uscire migliore da te,
il cuore che si diffonde
stirandosi come una pantera,
e la mia vita, sbriciolata, che si annoda
a te come la luce alle stelle.

Mi ricevi
come il vento la vela.

Ti ricevo
Come il solco il seme.

Addormentati sui miei dolori
se i miei dolori non ti bruciano,
lègati alle mie ali,
forse le mie ali ti porteranno,
dirigi i miei desideri,
forse ti duole la loro rotta.

Tu sei l’unica che possiedo
Da quando persi la mia tristezza!

Lacerami come una spada
O sentimi come un’antenna!
Baciami,
mordimi,
incendiami,
che io vengo alla terra
solo per il naufragio dei miei occhi di maschio
nell’acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!

Canciòn del macho y de la hembra
Canciòn del macho y de la hembra!
la fruta de los siglos
exprimiendo su jugo
en neustras venas.

Mi alma derramàndose en tu carne extendida
para salir de ti màs buena,
el corazòn desparramàndose
estiràndose como una pantera,
y mi vida, hecha astillas, anudàndose
a ti como la luz a las estrellas.

Me recibes
como al viento la vela.

Te recibo
como el surco a la siembra.

Duérmete sobra mis dolores
Si mis dolores non te queman,
amàrrate a mis alas,
acaso mnis alas te llevan,
endereza mis deseos,
a caso te lastima su pelea.

Tu eres lo ùnico que tengo
desde que perdi mi tristeza!

Desgàrrame como una espada
O tactàrme como una antena!
Bésame,
muérdeme,
incéndiame,
que yo vengo a la tierra
sòlo por el naufragio de mis ojos de macho
en el agua infinita de tus ojos de hembra!


NAZIM HIKMET
Berlino, 10 agosto 1951.
Alla sera sto con Neruda, Raimond Dienne, con i nostri pittori Tettamanti, Mazzullo, Motti, Mirabella, Fantini, Mucchi, Mazzacurati, Zancanaro, De Grada, l’indonesiano Wen O Sim e un nugolo di ragazze dal Tanganica. Poi arriva il poeta turco Nazim Hikmet che ha cantato il filo d’erba che spuntava in alto sotto la tenue luce del carcere-spelonca, sofferto per dieci anni nel suo paese.
Nazim Hikmet è un uomo straordinario. Non porta segni delle sofferenze che ha patito, delle umiliazioni, del terrore di cui è stato circondato. E’ forte, i neri capelli alti sul capo, gli occhi scuri e lucenti. Ci abbraccia come ci si abbraccia tra fratelli. E’ un momento di emozione. Anche a Neruda e ad Amado tremano le labbra.
Vale vivere per questi momenti che non sono fatti di parole. Sono indimenticabili.

C'è un albero
C’è un albero dentro di me
trapiantato dal sole
le sue foglie oscillano come pesci di fuoco
e le sue foglie cantano come usignoli

è un pezzo che i viaggiatori sono scesi
dai razzi sul pianeta ch’è in me
parlano una lingua che ho udito in sogno
non ordini non vanterie non preghiere

In me c’è una strada bianca
le formiche passano coi semi di grano
i camion passano col chiasso delle feste
ma il carro funebre – è proibito – non può passare

in me il tempo rimane
come una rosa rossa odorosa
che oggi sia venerdì domani sabato
che il più di me sia passato che resti il meno
non importa.

La vita non è uno scherzo
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita on è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio al punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro a un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali
tu muoia affinché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non conoscerai la faccia
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.


SALVATORE QUASIMODO
Milano, 10 agosto 1952.
Davide Lajolo: Quasimodo giunge in redazione con il suo lento passo e con gli occhi furbi socchiusi. Agita con un cenno della mano due figli sui quali intravedo dei versi scritti a penna: Ai quindici martiri di piazzale Loreto. Domani mattina sarà in prima pagina, un dono a tutti i lettori, gli assicurai.

Ai quindici martiri di piazzale Loreto
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi, nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.

Laude
29 aprile 1945
Figlio
E perché, madre, sputi su un cadavere
a testa in giù, legato per i piedi
alla trave? E non hai schifo degli altri
che gli pendono al fianco? Ah, quella donna,
le sue calze da macabro cancan
e gola e bocca di fiori pestati!
No, madre, fermati: grida alla folla
di andare via. Non è lamento, è ghigno,
è gioia: già s’attaccano i tafani
ai nodi delle vene. Hai sparato
su quel viso, ora: madre, madre, madre

Madre
Sempre abbiamo sputato sui cadaveri,
figlio: appesi alle grate delle finestre,
ad un albero di nave, inceneriti
per la Croce, sbranati dai mastini
per un po’ d’erba ai limiti dei feudi.
E fosse solitudine o tumulto,
occhio per occhio, dente per dente,
dopo duemila anni di eucaristia,
il nostro cuore ha voluto aperto
l’altro cuore che aveva aperto il tuo,
figlio. T’hanno scavato gli occhi, rotto
le mani per un nome da tradire.
Mostrami gli occhi, dammi qui le mani:
sei morto, figlio! Perché tu sei morto
puoi perdonare: figlio, figlio, figlio.

Figlio
Quest’afa ripugnante, questo fumo
di macerie, le grasse mosche verdi
a grappoli agli uncini: l’ira e il sangue
colano giustamente. Non per te
e non per me, madre: occhi e mani ancora
mi bucheranno domani. Da secoli
la pietà è l’urlo dell’assassinato.


EUGENIO MONTALE
Milano, 5 luglio 1954
David Lajolo: Rompo come le altre sere una lunga giornata di lavoro all’Unità e scendo da Aldrovandi, alla libreria Einaudi in via Manzoni. Ci troviamo spesso come gruppo di amici. Montale sta sempre seduto nell’angolo, ascolta, poi ogni tanto lancia la sua frecciata ironica ci sono Elio Vittorini, Giorgio Soavi, Enrico Emanuelli, Dino Buzzati, Milena Milani e Salvatore Quasimodo, sempre attento a non voltarsi mai dalla parte di Montale: gli amici nemici.

La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui vi entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’adipana.

Ne tengo ancora un capo: ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
Ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
Mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Maestrale
S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.

O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:

sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va:
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
"più in là"!


UMBERTO SABA
Milano. 25 agosto 1957
Davide Lajolo: Carlo Levi mi ha fatto incontrare a Trieste Umberto Saba: "Lo so bene che è più importante conoscere le sue poesie. E tu ne sai tante a memoria, ma non guasta conoscere l’uomo".
Un incontro cordiale. La figlia Linuccia aleggia attorno a noi, tanto è etereo il suo fisico e le parole pare siano soffiate, non dette. Levi tenta, come al solito, di tenere banco, ma d’improvviso Saba esplode, imprevisto e maligno. Mi ricordo che molti, pur riconoscendolo un autentico poeta, lo giudicano come una persona presuntuosa e intrattabile. Invece di ascoltarlo mentre s’accalora contro qualcuno, io mi distraggo ricordando i versi per la capra dal naso camuso.

La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi
prima per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.


GIUSEPPE UNGARETTI
Milano, 1973
Davide Lajolo: Ungaretti: "Omero, Virgilio hanno raccontato in poemi la favola della vita vera. Allora le parole avevano ancora un calore, erano incontaminate. Ora io non riesco che a mormorare pochi versi strappandomeli dalla carne con brandelli di sillabe. Abbiamo consumato tutto, anche il senso delle parole. L’ipocrisia ha dato alla retorica la grinta della verità. Ci aggiriamo tutti tra simulacri nascondendo a noi stessi la realtà".
"Eppure tu così desolato nel canto e disperato e amaro e in continuo concitato dialogo con la morte, hai la vita giovane negli occhi, l’energia di un ragazzo. Basta che una donna ti sorrida e torni a essere un vento che geme e che scuote".
"Certo io sono la speranza perché amo la vita. Per questo parlo disperatamente e quietamente con la morte. Non avendone paura la tengo lontana. E la donna è la vita".

Sono una creatura
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata.

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede.

La morte
si sconta
vivendo.

Veglia
Un’intera notte
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore.

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

Soldati
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.


BERTOLT BRECHT
Milano, 11 febbraio 1956
Davide Lajolo: Paolo Grassi e Giorgio Strehler mi hanno invitato a un ricevimento in onore di Bertolt Brecht venuto a Milano per assistere alla prima de L’opera da tre soldi al Piccolo Teatro. Arrivo tra i primi e Grassi mi presenta a Brecht, che mi fa notare che ha in tasca "l’Unità" e mi indica il corsivo con la mia firma. Mi dice in francese: "Così ti ho già conosciuto". Sorride. E’ nella sua solita tenuta, tale e quale un operaio. Vedrò il teatro con lui la sera in cui saranno presenti gli operai milanesi. Mi dice che la regia di Strehler è eccellente e mi parla di Milano che visita per la prima volta e che trova interessante perché è "una città di gente". Tento di aprire la conversazione sulle sue liriche. Mi dice soltanto che le scrive per parlare con se stesso. Brecht pronuncia le parole adagio, scandendole, come i suoi versi.

Del povero B.B.
Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri.
Mia madre dentro la città mi portò
quand’ero ancora nel suo ventre. E il freddo dei boschi
fino a che morirò sarà dentro di me.

Nelle città d’asfalto sono di casa. Da sempre
preparato con tutti i sacramenti.
Di giornali. E di tabacco. E di cognac.
Diffidente e pigro e contento alla fine.

Sono cortese con la gente. Mi metto
in testa un cappello duro, come usano.
Dico: sono animali con un odore speciale.
E dico: non fa nulla, sono anch’io come loro.

La mattina, alle volte, nelle mie sedie a dondolo vuote
qualche donna ci faccio accomodare.
E senza affanno le contemplo e dico:
in me qui avete uno, su cui non potete contare.

Quando fa buio raduno uomini intorno a me.
Gli uni con gli altri ci si chiama "gentleman".
Mettono i piedi, quelli, sui miei tavoli.
E dicono: "andrà meglio". E io non chiedo: "quando?".

Quando fa giorno, nel grigio pisciano gli abeti
e i parassiti loro, gli uccelli, cominciano a gridare.
Nella città, a quell’ora, vuoto il bicchiere, butto
la cicca del mio sigaro e dormo in inquietudine.

A noi, stirpe svagata, furono sede
case immaginate indistruttibili
(così costruimmo i lunghi edifici dell’isola di Manhattan
e le antenne sottili che animano l’Atlantico).

Di queste città resterà solo chi le attraversa ora: il vento!
La casa colui che banchetta fa beato: ché egli la vuota.
Noi lo sappiamo, siamo di passaggio.
Dopo di noi: nulla di notevole.

Ninna nanna
Figlio mio, qualunque cosa sarà di te,
loro fin d’ora ti aspettano con un randello.
Figlio, un posto soltanto su questa terra ti resta,
lo scarico delle macerie, e non è libero neanche quello.

Figlio mio, lascia che tua madre te lo dica:
ti attende una vita più grama della peste.
Ma io non ti ho tenuto in me sino alla fine
perché ogni cosa tu tolleri senza proteste.

Quello che tu non hai non crederlo perduto.
Quello che non ti danno a carpirlo sii pronto.
Io, tua madre, non ti ho partorito
perché tu giaccia di notte sotto l’arco di un ponte.

Forse tu non sei di una stoffa speciale,
per te non ho né denaro né preghiera,
e conto solo su di te quando spero che tu
non indugi tra i disoccupati e così giunga la sera.

Quando di notte, insonne, giaccio vicino a te,
spesso tendo la mano verso il tuo piccolo pugno.
Certo loro progettano nuove guerre per te.
Che cosa devo fare perché tu non creda
alle loro sporche menzogne?

Tua madre, figlio, non ti ha detto con inganno
che tu sei un uomo di grande statura,
ma non ti ha allevato tra mille ansietà
perché un giorno tu penda da un reticolato
gridando per l’arsura.

Figlio mio tieniti unito ai tuoi simili
Perché la loro forza si dissolva come polvere.
Figlio mio, dobbiamo raggiungere
lo scopo che al mondo non si siano più
due specie di uomini.


RAPHAEL ALBERTI
Milano. 13 dicembre 1950
Davide Lajolo: E’ arrivato a Milano il poeta spagnolo esule Raphael Alberti. L’ho accompagnato tra gli operai della Breda in lotta. Ha letto agli operai una sua poesia. Raphael è un uomo entusiasmante. Porta la tragedia del suo esilio. Con la luce e la fede che hanno i poeti della libertà.

Gli uccelli
Non avete dove andare, dove tranquilli
cantare al sole, al cielo di primavera
o fra le foglie fresche della notte
riposare il vostro dolce, inoffensivo sonno,
muta la gola del concerto del giorno.
Non avete più un uditorio che vi ascolti.
Non c’è chi
Non abbia le orecchie cariche di confusi,
violenti rumori.
Tutto avete perduto, tutto, tutto.
Dove sono gli uccelli e dove
andare a cantargli l’ultima canzone?
Tanta luce, è vero, distrugge ogni cosa.
Cade come un’immensa
polvere splendente,
cancellando i profili, diluendo
le forme, i volumi,
lasciandoci
come una nebulosa sfolgorante
che abbia attraversato il nostro sonno.

Los pajaros
Ne tenéis dònde ir, donde tranquilos
cantar al sol, al cielo de primavera
o entre las hojas frescas de la noche
reposar vuestro dulce, inofensivo sueno.
muda del concierto del dìa la garganta.
No tenéis ya auditorio que os escuche.
No hay ya nadie
Que non tenga e oido cargado de confusos,
violentos rumores.
Todo el habéis perdido, todo, todo.
En dònde estàn los pajaros y adònde
Ir a cantarles la ùltima canciòn?

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